Antonio Morello trasforma una notizia di cronaca in metafora del potere
Una cornacchia tiene sotto scacco un intero quartiere di Pordenone
Il designer siciliano legge una vicenda di quartiere a Pordenone e la trasforma in una riflessione sul controllo, sulla libertà e sul rapporto tra forza e intelligenza. Mentre la “conacchia” finisce perfino in Parlamento
Una cornacchia tiene sotto scacco un intero quartiere di Pordenone.
Aggredisce i passanti, costringe i residenti a uscire di casa armati di ombrelli e caschi, tiene le finestre chiuse. Lo fa per proteggere il nido, i piccoli, il territorio. Lo fa perché può. E le autorità, alle prese con ordinanze annullate dal TAR, con dibattiti parlamentari, con associazioni animaliste e consiglieri comunali che si contraddicono a vicenda, non sanno ancora cosa fare.
È la notizia perfetta per Antonio Morello.
Perché Morello non illustra le notizie: le legge, le ribalta, le trasforma in qualcos’altro. E quello che vede in questa storia è qualcosa di molto più grande di una cornacchia.
Il disegno: anatomia di un’opera
Su uno sfondo beige neutro — il colore del quotidiano, della normalità, della carta — campeggia una cornacchia nera, enorme, appollaiata su un ramo. La silhouette è pulita, quasi decorativa, con quell’occhio bianco rotondo che guarda lateralmente con un’espressione che potrebbe essere indifferenza o consapevolezza. Sull’altro lato del ramo, quasi in disparte, il nido con tre piccoli — tre forme minuscole, bocche aperte, l’unica giustificazione di tutto ciò che accade. Dal becco dell’uccello pende, appesa a un filo sottile, una gabbia bianca elegante. Non una prigione bruta: una gabbietta da salotto, ornata, quasi bella. E dentro — in miniatura, come soldatini di piombo — sagome di esseri umani. Uomini, donne, figure che camminano, gesticolano, guardano il telefono. Persone normali, intrappolate. In scala. Piccolissime.
La grammatica visiva di Morello
Il meccanismo è quello che Morello usa meglio: la sproporzione tra chi detiene il controllo e chi lo subisce. La cornacchia non è mostruosa — è semplicemente più grande. Il potere non ha bisogno di essere cattivo per essere oppressivo: basta che sia grande abbastanza da non accorgersi delle dimensioni di chi tiene in mano. Il filo che collega il becco alla gabbia è la chiave dell’opera. Non è una catena, non è acciaio, non è nemmeno spesso. È sottile, quasi fragile. Eppure regge.
Il controllo, sembra dire Morello, non si esercita sempre con la forza bruta. A volte basta il gancio giusto, nel posto giusto. A volte basta l’abitudine di essere lì da abbastanza tempo perché nessuno pensi più di contestarla.
La gabbia bianca su sfondo beige è esteticamente gradevole. È questo il dettaglio più disturbante: la prigione è bella. Non fa paura. Potrebbe essere un soprammobile, un oggetto decorativo. Le persone dentro non sembrano urlare — sembrano, semplicemente, vivere la loro vita dentro un perimetro che qualcun altro ha deciso per loro.
La scelta cromatica: bianco, nero, beige
Tre colori. Come sempre in Morello, la palette ridottissima non è pigrizia ma precisione chirurgica.
Il beige è il mondo normale, la quotidianità, il territorio neutro in cui tutto accade. Non è il nero della tragedia né il bianco della purezza: è il colore dell’ordinario, di ciò che si dà per scontato.
Il nero è la cornacchia, la sagoma del potere, le figure umane dentro la gabbia. Nero su beige: il potere è visibile, non si nasconde. È lì, in piena luce, e non ha motivo di nascondersi.
Il bianco è la gabbia e il nido. Due recinti opposti: uno imprigiona, l’altro protegge. Eppure entrambi sono bianchi, entrambi sono puliti, entrambi sembrano innocui. È forse il commento più sottile dell’intera opera: la protezione e la prigionia usano gli stessi materiali.
La cronaca che diventa metafora
La vicenda di Pordenone è reale e grottesca nella sua realtà. Una cornacchia ha trasformato via Damiani in un territorio sotto assedio. Il sindaco Alessandro Basso ha emesso ordinanze per l’abbattimento dell’animale. Il TAR le ha sospese su ricorso di associazioni animaliste come LAV, OIPA e LNDC. La deputata M5S Susanna Cherchi è intervenuta in Parlamento sostenendo che la cornacchia è una specie protetta — ma il consigliere comunale Pd Lorenzo Marcon l’ha corretta: la cornacchia grigia è classificata come “LC” (Least Concern) e non figura nella Lista Rossa IUCN. Le ordinanze, ha precisato, non sono annullate ma solo sospese.
Nel frattempo la cornacchia presidia il territorio. E di tregua non se ne parla.
Morello guarda tutto questo e vede qualcosa che va oltre la cronaca municipale. Vede la struttura profonda del rapporto tra chi ha il controllo di un territorio e chi quel territorio lo abita. Vede come le istituzioni si contraddicono, come il Parlamento si occupa di cornacchie mentre le persone aspettano risposte, come la forza — di una legge, di un animale, di un ordinamento — non è sempre razionale ma è sempre efficace finché nessuno trova il coraggio o gli strumenti per contrastarla.
Quando la grafica diventa denuncia
Nel lavoro di Morello c’è sempre una linea sottile tra l’illustrazione e la denuncia. Con quest’opera quella linea scompare di nuovo. La cornacchia di Pordenone diventa un simbolo universale: il potere che si giustifica con la protezione dei propri interessi, che non è necessariamente crudele ma è strutturalmente indifferente a ciò che fa agli altri. Gli esseri umani nella gabbia non sono vittime esplicite — sono persone che continuano a vivere dentro un confine che non hanno scelto.
La domanda che l’immagine pone, senza mai doverla scrivere, è quella che la deputata Cherchi ha posto in modo meno efficace con le parole: una società matura sa convivere con il potere altrui, oppure trova il modo di rinegoziarlo?
Morello non risponde.
I suoi lavori non rispondono mai. Insinuano domande. E lo fanno con quella semplicità apparente che è la cosa più difficile da raggiungere in qualsiasi linguaggio — visivo, verbale o politico.
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