C’è un augurio che non somiglia agli altri, che non si accontenta di essere pronunciato a bassa voce tra un brindisi e un conto alla rovescia. È un augurio che prende posizione, che guarda in faccia il presente e decide di non abbassare lo sguardo.
“Che il 2026 ci trovi disobbedienti, ma felici”
Non è solo uno slogan: è una dichiarazione di intenti, un manifesto visivo e culturale che racconta il nostro tempo.
La grafica che accompagna questo messaggio, abbiamo voluto pensarala, netta, decisa. pungente.
Affonda le radici in un immaginario distopico ormai familiare: città verticali e opprimenti, prospettive ribaltate, architetture che sembrano incombere sull’uomo più che accoglierlo. Le tinte sono cupe, dominate da blu profondi e neri densi, interrotti da bagliori metallici e segni grafici netti, quasi costruttivisti, che richiamano la lezione futurista di Fortunato Depero, ma filtrata attraverso l’inquietudine del presente.
Tra le linee spezzate e i volumi rigidi si insinuano riferimenti evidenti a Orwell e al suo 1984: un’umanità osservata, compressa, regolata.
Un mondo che controlla più di quanto governi, che condiziona più di quanto protegga. Non manca l’eco visiva di The Wall dei Pink Floyd, con la sua iconografia di alienazione collettiva e ribellione silenziosa, dove l’individuo rischia di diventare mattone indistinto, se non trova il coraggio di incrinare la parete.
Ma c’è anche la trottola di Inception, che diventa metafora di una domanda universale: Quanto siamo sicuri che ciò che viviamo sia “reale”? E quanto importa davvero? Una trottola molto vicina ai temi di Orwell, della distopia moderna e persino alla filosofia contemporanea: la verità oggettiva contro la verità vissuta che non serve a dare una risposta, ma a costringerci a farci la domanda.
Eppure, dentro questa oscurità, il “nostro” manifesto non rinuncia alla speranza.
La “disobbedienza” evocata non è caos, ma coscienza. È il rifiuto degli automatismi, delle narrazioni imposte, degli schemi che promettono sicurezza al prezzo della libertà. È un invito a recuperare il pensiero critico, la creatività, la possibilità di scegliere. La felicità, in questo senso, non è evasione: è resistenza.
In un presente segnato da conflitti, crisi ambientali, precarietà economica e da un controllo sempre più pervasivo – spesso mascherato da efficienza o progresso – l’augurio per il nuovo anno non può essere neutro.
Deve essere scomodo. Deve ricordarci che la libertà non è un dato acquisito, ma un esercizio quotidiano.
Con questo spirito, la redazione di Scomunicando augura a tutte e a tutti un 2026 capace di sorprendere, di rompere le gabbie invisibili, di restituire centralità all’essere umano.
Un anno in cui essere disobbedienti, quando serve, e felici, nonostante tutto.
O forse proprio per questo.
2025 & SCOMUNICANDO – Visto sui “Social”: un anno raccontato per immagini. Grazie ai nostri lettori
questi erano gli auguri natalizi













