L’INTERVISTA – L’azzardo della coerenza…
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L’INTERVISTA – L’azzardo della coerenza…

 

«Mentre i grandi partiti si svuotano, noi costruiamo il futuro della sinistra senza svendere le idee»

Intervista a Vicky Amendolia, Socialdemocrazia SD

«Fare politica oggi non è occupare una poltrona comoda, ma colmare un vuoto enorme. Il PD non parla più alla gente reale, serve una vera federazione riformista»

In un’epoca in cui la politica sembra essersi ridotta a un cinico gioco di posizionamento, a caccia del carro dei vincitori su cui salire per garantirsi una poltrona, c’è chi sceglie la strada più lunga, faticosa e apparentemente controcorrente. Vicky Amendolia, esponente di Socialdemocrazia SD – recentemente designata Vicesegretario vicario nazionale del partito dove milita – ha deciso di investire tempo, energie e vita personale in un progetto giovane, non ancora presente in Parlamento, ma radicalmente ancorato a valori storici. In questa intervista, Amendolia risponde a chi, in questi giorni, le ha chiesto “chi glielo faccia fare”, tracciando un’analisi spietata del declino politico attuale e lanciando un manifesto per una nuova casa comune del riformismo italiano.

Avvocato Amendolia, molti le chiedono perché dedicare tanto impegno a una realtà come Socialdemocrazia SD, che oggi non è presente in Parlamento e ha ancora una diffusione territoriale limitata. Cosa risponde?

«È vero, non siamo in Parlamento e non abbiamo ancora una presenza diffusa in ogni città. Siamo una realtà politica giovane, praticamente nata ieri. Ma mi chiedo: da quando l’essere giovani, politicamente parlando, è diventato una colpa? Per noi è una spinta emotiva in più. Molti partiti presenti da anni nel panorama nazionale, pur avendo apparati, sedi e mezzi, versano in condizioni assai peggiori: logorati da lotte interne, svuotati di identità e incapaci di parlare al Paese reale. La vitalità di una proposta politica non si misura dai seggi occupati, ma dalla chiarezza della visione e dalla qualità delle persone che la incarnano. E oggi c’è un bisogno storico di questa visione.»

 

Qual è l’identità politica che volete rappresentare?

«Il riformismo e il socialismo democratico non sono cimeli da lucidare nei giorni di nostalgia o bandiere da custodire in salotto. La socialdemocrazia è, ancora oggi, una delle poche culture politiche capaci di tenere insieme ciò che altri separano con troppa facilità: libertà e giustizia sociale, diritti e responsabilità, merito e solidarietà, Stato e mercato, lavoro e impresa. In un’Italia che scivola verso semplificazioni brutali, rabbie organizzate e destre sempre più radicali, non possiamo limitarci a commentare il declino dal bordo della strada.»

 

Lei sostiene che il successo di alcuni fenomeni politici sia il sintomo di un disagio più profondo.

«Esatto. Il successo di certe figure non è un accidente folkloristico. È il sintomo di un Paese profondo che cerca risposte semplici a problemi complessi.

E dall’altra parte, diciamolo con franchezza, il Partito Democratico appare sempre meno capace di rappresentare una sinistra popolare, riformista e sociale. Il PD non sa più parlare al lavoro, alla scuola, ai giovani, al Mezzogiorno, ai ceti produttivi. Non parla alle persone normali, quelle che non vivono nei salotti del politicamente corretto ma nella fatica quotidiana della realtà.»

 

Come si colma questo vuoto politico?

«Non certo con i cartelli elettorali costruiti all’ultimo minuto o con le sommatorie di sigle.

C’è bisogno di pensiero, cultura politica, radicamento e generosità. Serve una federazione vera delle forze riformiste, socialiste, socialdemocratiche, liberali e repubblicane. Non un’operazione di assorbimento dei soggetti più giovani da parte di quelli più forti, ma un luogo nel quale ciascuno porti la propria dignità, accettando finalmente di rinunciare a qualcosa di sé per costruire qualcosa di più grande.

Nessuno, da solo, basta più.»

Oggi il primo partito italiano sembra essere quello dell’astensione. Perché così tanti cittadini non votano più?

«Perché il non voto è il sintomo di una frattura profondissima tra cittadini e rappresentanza politica.

Per decenni è stato detto agli italiani che votare era importante. Poi molti hanno visto governi nascere e cadere nei palazzi, programmi elettorali smentiti il giorno dopo il voto, partiti trasformati in comitati personali e classi dirigenti più attente alla propria sopravvivenza che al destino del Paese. A un certo punto il cittadino smette di sentirsi sovrano e comincia a sentirsi spettatore. E quando la democrazia trasforma il popolo in pubblico pagante, il pubblico prima o poi esce dalla sala.»

 

Quanto pesa l’attuale sistema elettorale in questa disaffezione?

«Pesa moltissimo. Con il Rosatellum l’elettore non può sostanzialmente scegliere la persona da cui si sente rappresentato. I nomi arrivano dall’alto, confezionati dalle segreterie secondo logiche spesso interne ai partiti.

Il cittadino mette una croce, ma troppo spesso non sceglie davvero. Ratifica.

E una democrazia nella quale il popolo è chiamato più a ratificare che a scegliere perde progressivamente anima, credibilità e partecipazione. La rappresentanza non è un meccanismo burocratico: è un rapporto fiduciario. Quando questo rapporto si spezza, il cittadino prima smette di credere nella politica e poi smette di votare.»

 

Esiste anche una responsabilità dei partiti?

«Certamente. E riguarda la scomparsa dei partiti come luoghi fisici di partecipazione. Un tempo le sezioni erano presìdi civili. Luoghi in cui si discuteva, si studiava, si organizzavano iniziative e si costruivano classi dirigenti. Oggi quel ponte tra cittadini e istituzioni è crollato. I partiti hanno rinunciato al loro ruolo storico e costituzionale. Non organizzano più il consenso attraverso il pensiero, ma attraverso la comunicazione. Non ascoltano il territorio: lo convocano quando serve una platea. E così il cittadino si sente solo, estraneo e spesso finisce per rifugiarsi nella sfiducia o nel rancore.»

 

Lei parla spesso di una crisi più profonda della semplice crisi politica. Qual è il vero male della nostra epoca?

«Il vero male della nostra epoca è la crisi dei valori.

Tutto il resto discende da lì: la povertà del pensiero, il cinismo politico, la perdita del senso dello Stato, la fragilità della democrazia. Viviamo in un tempo che dispone di una quantità immensa di informazioni, ma che sembra avere sempre meno capacità di trasformarle in conoscenza e soprattutto in coscienza. Tutti parlano, pochi studiano. Tutti giudicano, pochi comprendono. Tutti semplificano, pochissimi accettano la fatica della complessità.»

Come si manifesta concretamente questa crisi?

«Nella perdita del rispetto, del senso di responsabilità e nella confusione tra libertà e arbitrio.

Oggi chi appare conta più di chi è. Chi urla più forte viene ascoltato più di chi ragiona. La superficialità è diventata un sistema. Tutto deve essere immediato, breve, consumabile. Un pensiero deve stare in un post, una tragedia in un titolo, una posizione politica in uno slogan.

È il trionfo della scorciatoia mentale.»

 

Quali conseguenze produce tutto questo sulla democrazia?

«Una società senza valori e senza pensiero diventa una società manipolabile. Da qui nascono il populismo, il complottismo, il rancore sociale, la demonizzazione dell’avversario. Quando una comunità smette di coltivare senso critico e responsabilità morale, prima o poi consegna il proprio destino a chi sa agitare meglio le paure.»

C’è un altro fenomeno che la preoccupa?

«Sì. L’indifferenza.

Ci siamo abituati alla povertà, alla guerra, alla precarietà, alla fuga dei giovani, alla solitudine degli anziani. Ci indigniamo per qualche ora e poi scorriamo oltre. La nostra epoca non è priva di emozioni. È priva di durata morale. Si commuove in fretta e dimentica ancora più in fretta.»

Quale dovrebbe essere allora il compito della politica?

«La politica dovrebbe tornare a essere educazione civile nel senso più alto del termine. Non può limitarsi ad amministrare il presente o inseguire i sondaggi. Deve tornare a parlare di giustizia, libertà, responsabilità, lavoro, dignità, cultura, doveri e bene comune. Parole antiche, certo. Ma solo chi non ha profondità scambia l’antico per superato.»

 

È un richiamo forte alla responsabilità personale.

«Dovremmo tornare a chiederci cosa ciascuno di noi sia disposto a fare per il proprio Paese, e non soltanto cosa il Paese possa fare per noi. Alla fine non saremo ricordati per le scorciatoie che avremo scelto o per le poltrone che avremo occupato. Saremo ricordati per la coerenza e per le battaglie che avremo avuto il coraggio di combattere.»

In conclusione, qual è l’obiettivo del suo impegno politico?

«Non sto lavorando per amore di una sigla o per ostinazione sterile. Lo faccio perché credo che l’Italia abbia bisogno di una cultura politica capace di tenere insieme libertà e giustizia sociale.

Il riformismo senza anima sociale diventa tecnocrazia. La sinistra senza libertà diventa apparato. Ho ricevuto fiducia e gli incarichi si onorano, non si usano come gradini per salire altrove.

Perderemo questa battaglia? Forse. Ma esiste una sconfitta molto più grave di qualunque insuccesso elettorale: perdere se stessi, tradendo ciò in cui si crede. Per questo invito chi pensa che l’Italia meriti di più a dare una mano. Non basta indignarsi. A un certo punto bisogna scegliere da che parte stare e decidere cosa si è disposti a fare.»

Massimo Scaffidi

 

Chi è l’avvocato Vittoria “Vicky” Amendolia

Lei rappresenta una figura professionale di grande esperienza e versatilità, che nel corso di oltre quarant’anni di attività ha saputo coniugare competenze giuridiche, capacità manageriali e impegno istituzionale.

Dopo la maturità classica conseguita presso il prestigioso Liceo “La Farina” di Messina, città dove è nata e vissuta per 25 anni, ha intrapreso gli studi in Giurisprudenza all’Università di Messina, avviando un percorso professionale che l’ha portata a operare ai più alti livelli della consulenza legale e dell’amministrazione pubblica.

Iscritta all’Albo degli Avvocati di Messina dal 1983, ha maturato una solida specializzazione nel diritto d’impresa, nell’internazionalizzazione delle aziende, nel diritto societario e penale societario, nei contratti pubblici e privati, nel diritto amministrativo, turistico e del lavoro. Alla preparazione giuridica ha affiancato una significativa esperienza nella direzione generale e nella gestione delle risorse umane, consolidata attraverso specifici percorsi di alta formazione e master specialistici del CEIDA.

Nel corso della sua carriera ha ricoperto numerosi incarichi di rilievo per la Regione Siciliana, collaborando con assessorati strategici quali Turismo, Trasporti, Cooperazione, Commercio e Pesca, oltre ad aver svolto attività di consulenza per la Presidenza della Regione, per l’Ente di Sviluppo Agricolo Siciliano e per importanti enti pubblici e organizzazioni sindacali. È stata inoltre componente e consulente della Commissione Lavori Pubblici della Regione Siciliana e direttore dell’Assessorato provinciale allo Sport e alle Politiche Giovanili della Provincia di Catania.

Particolarmente significativo il suo contributo alla produzione normativa regionale, essendo tra gli estensori di importanti testi legislativi, tra cui la legge quadro sul turismo in Sicilia e quella sulle Comunità Montane, strumenti che hanno contribuito a definire strategie di sviluppo e valorizzazione del territorio. Accanto all’attività istituzionale, ha sviluppato una rilevante esperienza internazionale, assistendo aziende italiane e straniere nei processi di espansione verso i mercati del Nord Africa, di Malta e della Romania, con particolare attenzione ai settori dei pubblici appalti, del turismo, della cantieristica navale, dei trasporti e delle nuove tecnologie. La sua visione aperta e innovativa l’ha portata anche alla presidenza del Consorzio Unibit, organismo impegnato nei processi di globalizzazione e sviluppo delle imprese.

Giornalista pubblicista, docente di diritto comunitario europeo e protagonista di numerose attività nel mondo dell’associazionismo e della tutela dei diritti, Vittoria Amendolia ha sempre affiancato alla professione una forte sensibilità sociale, collaborando con organizzazioni sindacali, enti di assistenza e associazioni impegnate nella difesa delle categorie più fragili. Il suo profilo restituisce l’immagine di una professionista completa: giurista, manager, consulente strategica e donna delle istituzioni, capace di muoversi con competenza tra amministrazione pubblica, impresa privata e dimensione internazionale, mantenendo sempre una forte attenzione ai temi dello sviluppo, della legalità e della crescita dei territori.

L’ultima nota… è lei stessa ad aggiungerla.

Sono madre orgogliosa di tre splendidi figli (ed iroicamente sottolinea) ma capisco che non è il caso di inserirlo in quest’intervista, altrimenti rischiamo di farci dire che scimmiottiamo la Meloni… ma le madri impegnate in politica ci sono pure a sinistra 

 

5 Giugno 2026

Autore:

redazione


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