MESSINA – Il pifferaio e le giovani marmotte
Dal Palazzo, Fotonotizie, In evidenza, Politica

MESSINA – Il pifferaio e le giovani marmotte

di Vicky Amendolia
A Messina, dicono le cronache, il pifferaio è entrato baldanzoso in un bar di piazza Cairoli, seguito dal suo piccolo corteo di “giovani marmotte”, forse convinto che bastasse la consueta miscela di voce alta, telecamera accesa e sorriso da comizio permanente per trasformare anche un caffè in plebiscito.

Pare, invece, che il sortilegio non abbia funzionato.

Qualcuno, tra quei cittadini che hanno ancora memoria, pazienza finita e capelli bianchi quanto basta per non farsi incantare dal primo tamburo di passaggio, avrebbe contestato il capo-carovana. E lì, come spesso accade quando la piazza vera sostituisce quella addomesticata dei social, la sceneggiata si è sgonfiata. Il copione prevedeva applausi; sono arrivati sonori mugugni. Il regista cercava consenso; ha trovato realtà.
E la realtà, si sa, è maleducata: non chiede permesso, non mette il filtro, non taglia le parti scomode nel montaggio.

L’episodio, in sé, sarebbe quasi folcloristico. Ma il folclore, in Sicilia, è spesso la maschera elegante di una malattia seria. Perché qui non siamo più davanti alla normale propaganda elettorale, che pure ha sempre avuto le sue vanità, i suoi santini, le sue promesse, le sue fanfare e le sue fandonie. Siamo oltre. Siamo alla politica ridotta a format: si entra, si arringa, si provoca, si insulta, si filma, si posta, si costruiscono verità di cartapesta, si vittimizza. E quando qualcuno non applaude, viene arruolato d’ufficio nella categoria dei nemici, degli invidiosi, dei rosiconi, dei gufi, dei traditori del popolo.

Il popolo, naturalmente, è sempre evocato. Consultato un po’ meno.
A Messina il metodo è ormai noto: moltiplicare liste come pani e pesci, trasformare i candidati in comparse di una grande rappresentazione corale, chiamare “partecipazione” ciò che somiglia spesso a una coreografia, chiamare “giovani” ciò che rischia di diventare un’etichetta di scena. I giovani, quelli veri, avrebbero bisogno di lavoro, studio, futuro, case accessibili, trasporti, dignità. Non di essere messi in fila dietro un capo, come fondale umano di una diretta.

Perché candidare i giovani è bello. Usarli come scenografia è molto meno bello.

E mentre Messina viene sommersa da liste, simboli, slogan, da liturgie muscolari, coltri di fango, il medesimo copione va in tournée tra Milazzo e Barcellona Pozzo di Gotto. A Milazzo il carro passa con le sue liste, i suoi assessori designati, le sue domande urlate, i suoi processi politici celebrati prima ancora che il cittadino possa capire quale idea concreta di città vi sia dietro tanto frastuono. A Barcellona la compagnia replica: altra candidata, altre liste, altra promessa di palingenesi.

Cambia il teatro, non cambia il genere: commedia elettorale con megafono incorporato , sceneggiate e urla scomposte.

Il problema, però, non è solo De Luca. Sarebbe troppo semplice e, perfino, consolatorio, ridurre tutto a un carattere, a un temperamento, a un istrione più abile di altri nel fiutare la stanchezza collettiva. Il problema è il modello. Un modello ormai imitato, replicato, miniaturizzato da tanti apprendisti imbonitori della politica regionale: telecamera in mano, indignazione in tasca, avversario trasformato in bersaglio, complessità ridotta a slogan, verità piegate alla narrazione.

È il populismo da bancarella digitale: “venghino, signori, venghino: oggi si svende il buon senso!”.

Per anni questo metodo ha funzionato perché intercettava una rabbia autentica. E qui sta l’astuzia: partire da problemi veri per offrire risposte teatrali. La città è sporca? Si urla. I servizi non funzionano? . Le istituzioni arrancano? Si occupa la scena. Si accusa e spesso dimenticando chi e cosa sta alla base delle varie discrasie. Il cittadino è esasperato? Lo si chiama popolo, purché resti pubblico pagante.

Ma prima o poi anche il pubblico si stanca dello stesso numero.

Forse piazza Cairoli, con il suo piccolo incidente di percorso, dice proprio questo: che l’incantesimo comincia a mostrare le crepe. Che non tutti confondono più la forza con l’arroganza, il coraggio con la prepotenza verbale, la partecipazione con il reclutamento, la comunicazione con la verità. Che una città può anche sopportare a lungo il rumore, ma prima o poi torna a chiedere silenziosamente una cosa molto semplice: serietà.

La politica non è una diretta Facebook con il Comune sullo sfondo. Non è un casting permanente. Non è un esercito di candidati messi in campo per occupare ogni spazio, ogni bar, ogni piazza, ogni bacheca. La politica dovrebbe essere misura, studio, responsabilità, rispetto dell’avversario, cura delle istituzioni. Parole antiche, certo. Talmente antiche da sembrare rivoluzionarie.

E allora ben venga, ogni tanto, il cittadino che alza la testa e guasta la recita. Non perché la contestazione sia di per sé una virtù, ma perché ricorda agli imbonitori che la piazza non è sempre claque, che il consenso non è proprietà privata, che la democrazia non si telecomanda.

Il pifferaio può anche continuare a suonare.

Ma se il popolo smette di seguirlo, resta solo il rumore del flauto.

16 Maggio 2026

Autore:

redazione


Ti preghiamo di disattivare AdBlock o aggiungere il sito in whitelist