PATTI – Un Polo Produttivo Comprensoriale: Lucio Melita rilancia la sfida
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PATTI – Un Polo Produttivo Comprensoriale: Lucio Melita rilancia la sfida

“dieci capannoncini?” Non bastano

Lucio Melita torna a parlare di sviluppo e identità, questa volta con una proposta concreta: non un’area artigianale minima, ma un polo moderno capace di servire tutto il comprensorio. Sullo sfondo, i 75 milioni stanziati dalla Regione per le aree produttive siciliane

C’è un filo che collega gli interventi pubblici di Lucio Melita sulla sua città.

Non è il filo della polemica — anche quando la sottile vis-polemica è inevitabile — ma quello della proposta. Quello di chi non si limita a segnalare i problemi, ma avanza idee, cita dati, chiede alla comunità di alzare l’asticella delle proprie ambizioni.

Era stato così recentemente quando l’imprenditore pattese – che evidenzia che non nutre velleità elettorali – aveva rilanciatol’articolo di MessinaToday sui dati economici e demografici di Patti, sollevando una questione semplice e scomoda: perché nessuno reagisce a numeri che fotografano una città in contrazione?

Meno abitanti, PIL pro capite sotto la media siciliana, imprese che calano, giovani che vanno via. Una domanda che aveva acceso un dibattito vivace, coinvolgendo amministratori, cittadini e commentatori politici della città — e che aveva avuto il merito di portare finalmente quei dati al centro della discussione pubblica.

Ora Melita torna, e questa volta con una proposta che va dritta al cuore della questione produttiva.

Il contesto: 75 milioni dalla Regione, 57 progetti finanziati

L’occasione è concreta e urgente. La Regione Siciliana ha appena stanziato 75 milioni di euro per finanziare 57 progetti di aree artigianali in tutta l’isola. Un segnale inequivocabile, che Melita legge con chiarezza: «Chi ha una visione, chi progetta, chi si organizza viene finanziato. Chi resta fermo resta indietro».

Il problema è che Patti, di fronte a questa opportunità, rischia di presentarsi con una risposta troppo piccola per le sue potenzialità.

Nel Piano Regolatore in discussione, la risposta sembra essere — stando alle parole di Melita — l’individuazione di un’area per «dieci capannoncini». Una soluzione che l’autore del post giudica non solo insufficiente, ma sbagliata nel metodo: «Abbiamo pensato troppo in piccolo» è la diagnosi. E i numeri, quelli stessi che aveva rilanciatoin precedenza citando i dati di MessinaToday, lo confermano.

La memoria come argomento: Wagi, Tindarys, Ceramiche Caleca

Melita non costruisce il suo ragionamento sull’astrazione. Lo radica nella memoria produttiva di una città che ha già conosciuto stagioni di vera eccellenza. La Wagi, che faceva di Patti un baricentro naturale di passaggio, incontro e lavoro. La Tindarys, che aveva dato dignità e occupazione a intere famiglie. Le Ceramiche Caleca, forse la storia più suggestiva: una manifattura locale capace di portare la ceramica di Patti nei grandi magazzini americani, nelle case degli Stati Uniti, persino nelle soap opera — e di collaborare con Dolce & Gabbana in un incontro tra due eccellenze italiane che aveva fatto il giro del mondo.

«Tre realtà diverse, un’unica verità: Patti produceva. Patti contava. Patti era un riferimento» scrive Melita. Non è nostalgia fine a sé stessa — è un argomento. Se è successo, può tornare a succedere. Ma solo se si sceglie di volerlo davvero.

 un Polo Produttivo Comprensoriale

Il cuore del post, pubblkicato stamani, è una proposta precisa, non uno sfogo. Melita chiede che il Piano Regolatore non si limiti a prevedere un’area artigianale locale, ma punti a qualcosa di strutturalmente diverso: un Polo Produttivo Comprensoriale, moderno e di scala adeguata, capace di servire non solo Patti ma tutti i comuni che su Patti gravitano naturalmente — Montagnareale, Gioiosa Marea, Librizzi, San Piero Patti, Piraino, Falcone, Oliveri. E luinon ha fatto mai mistero del “sognare” un grande asse viario che guardi l’area etnea riversari su questa costa.

«Patti è baricentrica» scrive. «È il punto naturale in cui convergono strade, energie, competenze, persone». Un polo di questo tipo non significa, precisa subito, industrie inquinanti o degrado ambientale. Significa l’esatto contrario: spazi regolamentati, moderni, progettati nel rispetto del paesaggio e dell’ambiente. Significa portare ordine dove oggi c’è caos — a partire dall’attuale zona artigianale, «nata piccola, cresciuta male, senza servizi, senza logistica, senza visione».

A sostegno della proposta, Melita cita dati dell’Osservatorio Nazionale dei Distretti Industriali di Unioncamere, di analisi ISTAT e di studi Mediobanca: un polo produttivo moderno, nelle esperienze già realizzate in tutta Italia, genera tra le 20 e le 40 nuove imprese in cinque anni, tra gli 80 e i 150 posti di lavoro diretti, tra i 150 e i 300 indiretti, e un indotto annuo tra i 4 e i 7 milioni di euro. Con effetti positivi anche su servizi, valore immobiliare, qualità della vita e capacità di trattenere la popolazione attiva.

L’appello alla comunità

La chiusura del post è un appello diretto a cittadini e imprenditori, costruito attorno a una parola che ricorre come un martello: «Non accontentiamoci».

«Il Piano Regolatore è l’occasione che aspettavamo da anni. È il momento di dire, tutti insieme: Patti non vuole dieci capannoni. Patti vuole un Polo Produttivo. Patti vuole rinascere».

Non nostalgia, dunque. Identità. Memoria. Progetto.

E la consapevolezza che le risorse ci sono — 75 milioni sulla piazza regionale lo dimostrano — ma che per intercettarle non bastano le buone intenzioni: serve una visione. Serve coraggio. Serve, prima di tutto, smettere di pensare in piccolo.

Lucio Melita ha fatto oggi la sua parte: ha indicato il problema, citato i dati, avanzato la proposta.

Ora la parola passa alla città, ai “padrini” della poltica che guardano su Patti, agli amministratori.

il post
Cari cittadini, cari imprenditori,
oggi non parliamo di un progetto. Parliamo di un limite: ci siamo abituati ad accontentarci. A pensare in piccolo. A dire “basta poco”. A immaginare soluzioni minime, provvisorie, timide. E intanto, attorno a noi, la Sicilia si muove. La Regione ha appena stanziato 75 milioni di euro per finanziare 57 progetti di aree artigianali in tutta l’Isola. Un segnale chiarissimo:
chi ha una visione, chi progetta, chi si organizza… viene finanziato. Chi resta fermo, resta indietro. Ma Patti non è nata per accontentarsi. Patti è una città che ha già conosciuto la grandezza. Siamo figli della Wagi, che faceva di Patti un punto di passaggio, di incontro, di lavoro: un baricentro naturale del territorio. Siamo figli della Tindarys, che ha dato dignità e lavoro a tante famiglie. Siamo figli delle Ceramiche Caleca, che hanno trasformato la ceramica di Patti in un simbolo internazionale: presente nei grandi magazzini americani, nelle case degli Stati Uniti, nelle soap opera… capace persino di collaborare con Dolce & Gabbana in un decoro nato dall’incontro tra due eccellenze italiane. Tre realtà diverse, un’unica verità: Patti produceva. Patti contava. Patti era un riferimento.
E allora ditemi: come possiamo oggi accontentarci di individuare nel Piano Regolatore un’area per “dieci capannoncini” ? “dieci capannoncini” non cambiano il destino di un territorio. Non trattengono i giovani. Non fanno ripartire un’economia. Non ridanno dignità a una città che ha conosciuto il mondo. E soprattutto: non risolvono il degrado dell’attuale zona artigianale, nata piccola, cresciuta male, senza servizi, senza logistica, senza visione. Quella zona è la fotografia del nostro limite: abbiamo pensato troppo in piccolo. E i numeri che abbiamo visto insieme, quelli pubblicati da Messina Today, lo confermano:
meno abitanti, meno ricchezza, meno imprese, meno opportunità. Un territorio che si spegne non perché mancano le persone, ma perché mancano le condizioni. Per questo oggi serve coraggio.
Serve una scelta di identità. Non serve un’area artigianale.
Serve un Polo Produttivo Comprensoriale.
Un polo vero. Grande. Moderno. Capace di attirare imprese da tutto il comprensorio:
Montagnareale, Gioiosa, Librizzi, San Piero Patti, Piraino, Falcone, Oliveri…tutti quei comuni che gravitano naturalmente su Patti. Perché Patti è baricentrica. È il punto naturale in cui convergono strade, energie, competenze, persone. E lo dico con chiarezza: un Polo Produttivo non significa industrie inquinanti. Non significa fumo, rumore, degrado. Significa l’opposto: spazi moderni, regolamentati, controllati, progettati nel pieno rispetto dell’ambiente, dell’aria, del paesaggio. Significa togliere attività dal caos e portarle in un luogo ordinato, sicuro, sostenibile. E i dati lo dimostrano.
Secondo l’Osservatorio Nazionale dei Distretti Industriali di Unioncamere, le analisi ISTAT “Imprese e Territorio” e gli studi Mediobanca, un Polo Produttivo moderno genera:
• 20–40 nuove imprese in 5 anni
• 80–150 posti di lavoro diretti
• 150–300 posti di lavoro indiretti
• 4–7 milioni di euro annui di indotto
• più servizi
• più popolazione attiva
• più valore immobiliare
• più qualità della vita
Non sono promesse. Sono dinamiche economiche già osservate in tutta Italia. E allora vi chiedo una cosa semplice, ma enorme: Non accontentiamoci. Non limitiamoci. Non pensiamo in piccolo. Il Piano Regolatore è l’occasione che aspettavamo da anni. È il momento di dire, tutti insieme:
“Patti non vuole dieci capannoni. Patti vuole un Polo Produttivo. Patti vuole rinascere.”
Non è nostalgia. È identità. È memoria. È destino. E il destino, quando chiama, non aspetta.
La voce di chi ama questa terra
Lucio
24 Maggio 2026

Autore:

redazione


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