In un tempo attraversato da inquietudini sociali, fragilità educative e smarrimento collettivo, torna centrale il ruolo di chi nella scuola non svolge soltanto una funzione amministrativa, ma esercita una vera responsabilità culturale e morale.
È in questa prospettiva che si inserisce la riflessione proposta da Leon Zingales, oggi Provveditore agli Studi di Messina, ma da sempre riconosciuto come dirigente scolastico capace di guardare oltre l’emergenza quotidiana per interrogarsi sul senso profondo dell’educazione.
Il suo pensiero parte da una convinzione semplice e potente: non perdere mai la speranza, anche quando le tenebre sembrano prevalere.
Un messaggio che non appartiene alla retorica, ma alla responsabilità civile. Perché educare oggi significa soprattutto insegnare a resistere al disincanto.
Zingales richiama un principio antico quanto necessario: non possiamo fermare tutte le crisi del mondo, ma possiamo scegliere come stare dentro il tempo che ci è stato affidato. È una visione che trova eco nelle parole immortali di J. R. R. Tolkien ne Il Signore degli Anelli, quando Gandalf ricorda a Frodo che agli uomini non è dato scegliere l’epoca in cui vivere, ma soltanto come utilizzare il tempo ricevuto.
Una riflessione che, traslata nel mondo della scuola, assume un significato preciso: docenti, educatori e istituzioni non possono eliminare tutte le difficoltà sociali, ma possono opporsi al degrado culturale attraverso la bellezza, la cura e la responsabilità educativa. Una riflessione sul tempo che diventa cronaca attuale anche in considerazione del dramma che si sta vivendo con la guerra alle porte.
Per Zingales, infatti, ogni gesto educativo rappresenta una forma di resistenza.
Ogni scelta orientata alla crescita degli studenti diventa una piccola rivoluzione silenziosa. In un’epoca dominata dalla velocità, dall’individualismo e dalla superficialità comunicativa, la scuola resta uno degli ultimi luoghi in cui è possibile coltivare coscienza critica, empatia e senso comunitario. La sua è una pedagogia della luce: ribellarsi al male non con lo scontro sterile, ma con la costruzione quotidiana del bene. La bellezza — intesa come conoscenza, rispetto, relazione — diventa così strumento educativo e antidoto alla rassegnazione.
Il messaggio assume un valore ancora più forte in un territorio complesso come quello messinese, dove la scuola continua a rappresentare presidio sociale prima ancora che istituzione formativa. Qui la speranza non è un concetto astratto, ma un lavoro quotidiano fatto di ascolto, inclusione e opportunità offerte alle nuove generazioni. La vera sfida, suggerisce implicitamente Zingales, non è dominare le “maree del mondo”, ma bonificare i campi che conosciamo: le aule, le comunità educanti, i territori in cui viviamo. Solo così sarà possibile lasciare ai giovani una società più sana, capace di futuro.
In fondo, la lezione è chiara
Quando gli onesti smettono di agire, il male avanza. Ma quando educazione e speranza camminano insieme, anche nei tempi più difficili si accende una luce destinata a durare oltre il presente. Perché educare, oggi più che mai, significa credere che ogni studente possa diventare quella scintilla capace di cambiare il mondo. Anche partendo da una classe, da una scuola, da una città.









