Ovvero: come Facebook è diventato il più grande tribunale d’Italia
“Un tempo le sentenze si pronunciavano nei tribunali. Oggi si scrivono sotto un post. La differenza è che nei tribunali, almeno ogni tanto, qualcuno aveva letto il fascicolo.”
L’Italia è un Paese straordinario. Riesce a risolvere problemi che perfino il legislatore considera irrisolvibili. Per esempio, la cronica carenza di magistrati: non servono più concorsi pubblici, anni di università, pratica forense, esami di Stato, tirocini, codici annotati, camere di consiglio e sentenze motivate.
Basta uno smartphone.
Nel tempo necessario a sorseggiare un caffè, Facebook produce migliaia di giudici, pubblici ministeri, penalisti, criminologi, costituzionalisti e persino qualche esperto di balistica forense. Tutti rigorosamente laureati all’Università Telematica “Io la penso così”, con master conseguito presso l’Istituto Superiore del Commento Impulsivo.
L’esame finale è semplicissimo: occorre scrivere, possibilmente in maiuscolo, una sentenza irrevocabile in non più di dieci parole.
Le prove non servono; le motivazioni sono un inutile orpello; il Codice penale è un accessorio facoltativo; il voto viene espresso in “like”; la lode in condivisioni.
L’ultimo concorso si è svolto in questi giorni.
Materia: Diritto penale.
Caso pratico: Mario Roggero.
E, come prevedibile, il risultato è stato un autentico trionfo dell’ignoranza.
Perché la prima vittima di ogni processo celebrato sui social è sempre la stessa: la verità dei fatti.
Eppure, prima di emettere una sentenza, sarebbe opportuno sapere di cosa si sta parlando.
Il 28 aprile 2021 tre uomini fecero irruzione nella gioielleria di Mario Roggero, a Grinzane Cavour, nel Cuneese.
Minacciarono lui, la moglie e la figlia. La paura fu reale. Il terrore anche.
Uno dei rapinatori brandiva un coltello. Un altro impugnava una pistola che, soltanto in seguito, si sarebbe scoperto essere un’arma giocattolo.
Sono dettagli che non attenuano la gravità della rapina.
Nessuno può pretendere che un uomo, sotto la minaccia di un’arma apparentemente vera, distingua in pochi secondi un giocattolo da una pistola autentica.
Chi ha vissuto quei momenti ha diritto al rispetto.
Ma il rispetto per una vittima non può trasformarsi nella rinuncia a raccontare ciò che accadde dopo: è proprio il “dopo” che molti commentatori omettono accuratamente.
Quando i rapinatori uscirono dalla gioielleria, la rapina era terminata; i tre si diedero alla fuga e
Roggero li inseguì all’esterno; impugnò la propria pistola e sparò numerosi colpi; due rapinatori morirono e il terzo rimase gravemente ferito.
Nel corso del processo emerse, inoltre, che uno dei rapinatori, ormai riverso a terra, ricevette anche un violento calcio alla testa.
È su questa seconda fase della vicenda — non sulla rapina — che si è concentrata la valutazione della magistratura: i giudici hanno ritenuto che l’aggressione fosse ormai cessata e che il pericolo per l’incolumità del gioielliere e della sua famiglia non fosse più attuale.
Per questo Roggero è stato definitivamente condannato per omicidio volontario.
Attenzione.
Questo non significa che tutti debbano condividere quella sentenza: nel nostro ordinamento è legittimo criticarla, così come è legittimo ritenere che il legislatore dovrebbe ampliare la disciplina della legittima difesa.
È perfino legittimo invocare un provvedimento di clemenza.
Ciò che non è legittimo è cambiare i fatti per adattarli alle proprie convinzioni.
Perché i fatti sono ostinati.
Le opinioni, invece, sono estremamente malleabili.
Ed è proprio qui che il dibattito pubblico italiano deraglia.
Non si discute più delle sentenze.
Si discute delle proprie emozioni.
Non interessa comprendere il ragionamento giuridico.
Interessa soltanto stabilire da che parte stare.
La logica del tifo ha invaso anche il diritto.
Esistono soltanto due categorie: gli eroi e i mostri.
Le sfumature sono considerate un difetto.
La complessità viene vissuta come una perdita di tempo.
Il dubbio è diventato un lusso che non possiamo più permetterci.
Così ogni processo si trasforma in un referendum, ogni sentenza in un sondaggio, ogni giudice in un bersaglio ed ogni imputato nel protagonista di una partita tra tifoserie contrapposte.
La giustizia, invece, dovrebbe essere esattamente il contrario.
Perché la giustizia non cerca applausi.
Cerca equilibrio.






