Dalla “sacchina” delle raccoglitrici alle battaglie bracciantili, dal “biscughiu” alla crisi di oggi. Alla Notte della Nocciola siciliana il ricordo diventa occasione per rileggere mezzo secolo di storia dei Nebrodi e interrogarsi sul futuro di una coltura che deve fare i conti con clima, redditività e spopolamento
C’erano le nocciole stese ad asciugare sui tavolati delle case, le donne chine per ore sotto gli alberi, i grandi poderi che a settembre aprivano l’“antu” e un paese che quasi si svuotava perché la campagna, in quei giorni, diventava il centro di tutto. C’era le feste di fine raccolta, l’emancipazione di tanti, l’arrivo delle “ciurme” dai paesi dell’entroterra. Un tempo per molti sospeso, tra “padroni” e i popolani senza rendesri conto che fuori dai noccioleti il mondo stava cambiando. E cambiava velocemente.
Il ricordo affidato da Francesco Calanna alla “Notte della Nocciola siciliana”, dalla Casa del Nocciolo di San Salvatore di Fitalia, parte da una civiltà contadina e finisce inevitabilmente per raccontare molto di più
Un pezzo di storia dei Nebrodi, con le sue speranze, le partenze, le lotte sociali e le contraddizioni di anni nei quali anche nei piccoli paesi arrivavano gli echi della contestazione studentesca e delle profonde trasformazioni attraversate dall’Italia. San Salvatore di Fitalia aveva circa cinquemila abitanti. Oggi ne conta poco più di mille. Basterebbe questa distanza per raccontare cosa sia accaduto. Allora l’economia era prevalentemente agricola e la coltivazione del nocciolo, insieme a quella dell’olivo, rappresentava una delle principali fonti di reddito. «Buona parte dell’economia era corilicola: le case del paese profumavano di nocciola», ricorda Calanna.
Accanto alle aziende più grandi esistevano medi, piccoli e piccolissimi poderi, quasi sempre a conduzione familiare. La terra non produceva ricchezza nel significato che oggi attribuiamo alla parola, ma permetteva a tante famiglie di vivere, integrare il salario, affrontare una spesa imprevista e, magari, mantenere un figlio agli studi. Proprio quei figli cominciavano però a guardare altrove.
La scuola e l’università aprivano possibilità che la generazione precedente aveva conosciuto molto meno, ma dopo il diploma e soprattutto dopo la laurea diventava sempre più difficile ritornare. Il territorio non riusciva a offrire un numero sufficiente di occasioni professionali. La disoccupazione, soprattutto giovanile, accompagnava l’emigrazione tradizionale verso il Nord e l’estero con una nuova partenza: quella di giovani istruiti che lasciavano i paesi per studiare e cominciavano a non tornare.
Lo spopolamento dei Nebrodi non nasce oggi. Già nel decennio 1971-1981 gli studi sul territorio parlavano di una tendenza alla “desertificazione” demografica e descrivevano l’area come una delle più depresse della Sicilia. Eppure, in quei mesi di settembre, il paese sembrava ancora muoversi tutto insieme.
Nei grandi poderi si apriva l’“antu”. A San Salvatore erano quelli di Ciminata, Catalano, Bassarelli, Stazzone. Centinaia di uomini e donne partecipavano alla raccolta e al trasporto. Per le donne c’era la “sacchina”. Ore trascorse piegate sulla terra, al sole oppure protette dall’ombra dei noccioli. E insieme al lavoro c’erano i canti, i “cunti”, i “curtighi” del paese e quando si ritornava a casa si portava l’amore per un figlio che sarebbe venuto da lì a qualceh mese. Il campiere seguiva l’“antu” e controllava il lavoro.
È un’immagine che appartiene alla memoria, ma Calanna evita di addolcirla. Quella stagione di forte produzione fu anche la stagione delle rivendicazioni dei braccianti e, in particolare, delle lavoratrici. «Sono gli anni della fervida economia del nocciolo, che fa fiorire le rivendicazioni bracciantili e femminili per il giusto salario e per le garanzie sociali», ricorda. Disoccupazione, malattia, previdenza: diritti che oggi sembrano acquisiti dovevano essere conquistati anche nelle campagne.
E Calanna usa una frase netta: erano garanzie necessarie «a distinguere il lavoro dalla schiavitù».
Erano anche, aggiunge, «gli anni in cui il sindacato fa davvero il sindacato», organizzando il movimento bracciantile e trasformando necessità individuali in rivendicazioni collettive.
Dentro quell’economia esisteva anche una forma elementare di solidarietà. La raccolta poteva prevedere due passaggi, qualche volta tre. Poi arrivava il “biscughiu”.
Le famiglie senza terra e le persone più povere potevano entrare nei fondi degli altri e raccogliere ciò che era rimasto. Calanna lo ricorda come «una forma di solidarietà sociale che nei piccoli centri era sempre presente». Nessun regolamento, nessun progetto finanziato, nessun bando. Era una convenzione sociale non scritta: terminato il raccolto del proprietario, quello che la terra ancora offriva poteva aiutare chi aveva meno.
E poi c’era il ragazzo dell’acqua. Portava nell’“antu” il “bumbulu” o la “quartara”, l’anfora di creta dalla quale si beveva “a canaleddu”, facendo scendere l’acqua senza appoggiare la bocca al recipiente. Tutti bevevano dalla stessa quartara e nessuno la toccava con le labbra. Piccoli gesti di un mondo che aveva sviluppato soluzioni pratiche prima ancora che qualcuno desse loro un nome.
Ma fuori dall’“antu” erano anni difficili
Quella memoria rurale conviveva con un’Italia attraversata dagli anni di piombo. La violenza politica e il terrorismo segnarono profondamente gli anni Settanta, tra organizzazioni eversive di destra e di sinistra, attentati, sequestri e stragi. Anche i Nebrodi ebbero un legame, per quanto particolare e individuale, con quella stagione. Ci stavano reduci e attivisti delle Brigate Rosse, ma anche i latitanti dei Nar. Per un territorio di piccoli paesi fu un’immagine quasi straniante: mentre una generazione continuava a raccogliere nocciole, un’altra si confrontava con università, movimenti politici, grandi città e, nei casi estremi, con la clandestinità e la lotta armata. Erano mondi apparentemente lontanissimi che appartenevano però alla stessa Italia.
E sui Nebrodi stava maturando un’altra storia, destinata ad esplodere con maggiore evidenza negli anni successivi. La criminalità organizzata avrebbe progressivamente mostrato un volto che per troppo tempo era stato minimizzato. Tortorici – cuore dei Nebrodi – sarebbe diventata uno dei centri di una stagione mafiosa sanguinosa, con clan contrapposti, latitanti, attentati ed estorsioni. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta la guerra tra gruppi tortoriciani avrebbe lasciato sul territorio una lunga scia di sangue. Anche la costa avrebbe conosciuto bombe e intimidazioni. E proprio da Capo d’Orlando sarebbe arrivata, all’inizio degli anni Novanta, una risposta destinata a diventare un pezzo importante della storia civile italiana: la ribellione degli imprenditori e dei commercianti al racket delle estorsioni. Il rifiuto del pizzo avrebbe trasformato una terra descritta troppe volte soltanto attraverso la presenza mafiosa in un laboratorio di reazione civile.
Sono tutte tessere dello stesso mosaico.
Mentre la vecchia economia agricola perdeva progressivamente forza, i paesi si svuotavano, i giovani partivano e una parte del territorio cercava nuove strade, i Nebrodi attraversavano contemporaneamente modernizzazione, disoccupazione, criminalità e una profonda trasformazione sociale. La nocciola stava dentro quella storia.
Dopo la raccolta, il prodotto veniva portato nelle case e nei magazzini per essere asciugato. Poi arrivavano i commercianti. Ed è qui che emerge uno dei problemi che avrebbero accompagnato a lungo l’agricoltura siciliana. «In Sicilia prevaleva la semilavorazione del prodotto e la trasformazione non completava la filiera», sottolinea Calanna. La nocciola dei Nebrodi era soprattutto una nocciola “da taglio”. Partiva e acquistava altrove una parte consistente del proprio valore, in maniera non molto diversa da quanto era accaduto per anni con il vino siciliano. Il territorio coltivava, raccoglieva e sosteneva i rischi della produzione. Altri trasformavano e intercettavano la quota più redditizia della filiera. Il percorso per il riconoscimento della qualità della nocciola siciliana sarebbe arrivato molto più tardi.
Oggi, però, Calanna mette in guardia da una tentazione. «Pensare di poter tornare a quel sistema economico e sociale sarebbe un grave errore». Il mondo della piccola proprietà familiare, con appezzamenti coltivati grazie al lavoro dell’intera famiglia, in buona parte non esiste più. E non può essere artificialmente ricostruito quando non garantisce redditività. La corilicoltura può avere ancora un futuro soprattutto nelle aziende medie e grandi, nei terreni meno acclivi e nelle zone nelle quali sia possibile meccanizzare le lavorazioni.
Ma adesso c’è un’altra variabile con la quale fare i conti: il clima.
La tropicalizzazione sta modificando condizioni che per generazioni erano state considerate naturali. Il nocciolo necessita di un clima temperato e le temperature estive eccessivamente elevate possono bloccare la fotosintesi e danneggiare il frutto. Un problema che, ricorda Calanna, si è presentato anche nell’annata agraria 2026. Per questo pone anche una questione agronomica: verificare se abbia ancora senso insistere con la coltivazione sotto i 700 metri di altitudine. Non è una resa. È esattamente il contrario: capire dove e come coltivare per evitare che gli interventi pubblici servano soltanto a rinviare una crisi.
«Chiediamo interventi di sostegno e, al tempo stesso, chiediamo di completare il percorso per il riconoscimento della qualità e di avviare una seria riflessione sulla nocciola, sul piano agronomico, economico e sociale».
La domanda mondiale, sottolinea, continua ad aumentare. E la nocciola siciliana possiede caratteristiche organolettiche, nutraceutiche e minerali apprezzate dal mercato. È da qui che dovrebbe ripartire il ragionamento. Non dal tentativo impossibile di riportare nei noccioleti le centinaia di raccoglitrici con la “sacchina”, ma dalla costruzione di una filiera moderna capace di lasciare sul territorio una quota maggiore del valore prodotto.
La “Notte della Nocciola siciliana” assume allora un significato diverso.
Ricordare l’“antu”, il “biscughiu”, la quartara e le case che profumavano di nocciole serve se quella memoria aiuta a capire perché un paese sia passato da cinquemila a poco più di mille abitanti. Perché i ragazzi hanno cominciato a partire. Perché interi pezzi dell’agricoltura familiare sono scomparsi. Perché un territorio che negli stessi decenni ha conosciuto conflitti sociali, disoccupazione, terrorismo, mafia e poi la straordinaria stagione della ribellione al racket deve oggi trovare un’altra maniera di trattenere chi vi nasce.
Il profumo delle nocciole appartiene alla memoria. Fare in modo che la nocciola produca ancora reddito, lavoro e futuro sui Nebrodi appartiene invece alla politica del presente.













