L’opera dell’artista, pubblicata sui social, merita una giusta riflessione
acrilico e olio su tela di juta, 90 × 90 centimetri,
Nell’opera di Alessandro Maio la pittura sembra cercare qualcosa che precede la forma. Non descrive un luogo e non costruisce propriamente una scena: prova piuttosto a rendere visibile quell’istante indefinibile nel quale energia, materia e coscienza non si sono ancora separate.
L’opera, realizzata in acrilico e olio su tela di juta, 90 × 90 centimetri, tra il 2021 e il 2025, contiene molti degli elementi che caratterizzano la ricerca dell’artista: colore, gesto, geometria, trasparenza e una tensione costante verso ciò che si trova oltre la realtà immediatamente percepibile. Il primo impatto è quasi cosmico. Un’atmosfera verde-azzurra occupa la tela come una nebulosa. Dal fondo emergono vortici, sfere, filamenti cromatici e forme che sembrano appartenere contemporaneamente al mondo microscopico e a quello astronomico.
È difficile stabilirne la scala. Potrebbero essere cellule osservate attraverso un microscopio oppure galassie lontanissime. Ed è proprio questa ambiguità a rendere interessante la composizione: il piccolo e l’immenso finiscono per assomigliarsi. Su questa materia fluida Maio introduce improvvisamente la geometria.
Lunghe strutture verticali attraversano la tela come porte, lame o quinte architettoniche. Sono elementi apparentemente solidi ma, grazie alle velature, non diventano mai completamente materiali. Sembrano piuttosto soglie.
Ed è forse nella dialettica tra vortice e geometria che si trova la chiave dell’opera. Il vortice rappresenta ciò che ancora non possiede una forma definitiva; la geometria introduce invece misura, ordine, classificazione. È quasi il momento in cui la mente interviene sul caos e comincia a organizzarlo.
Questa tensione appartiene profondamente alla poetica di Maio. L’artista raramente costruisce l’opera attraverso un disegno preparatorio. Preferisce partire dal colore, dal gesto immediato, da un movimento che egli stesso riconduce alla lezione futurista e soprattutto vorticista. Solo successivamente arrivano gli elementi geometrici.
Non è semplicemente una scelta tecnica. Diventa una dichiarazione sul modo di intendere la realtà: prima viene l’energia, poi la forma. Prima esiste una sorta di informazione originaria indistinta; successivamente la nostra mente la traduce in oggetti, materia, spazio.
Anche la formazione dell’artista aiuta a comprendere questo percorso. Autodidatta agli inizi, Maio ha successivamente frequentato l’atelier del pittore italo-inglese John Picking, approfondendo la pittura a olio e l’incisione. La sua ricerca si è poi sviluppata attraverso spazi astratti nei quali convivono colore, geometria e segno informale.
Nell’opera colpiscono soprattutto le strutture che occupano la parte centrale e destra della tela.
Non chiudono completamente lo spazio. Lo interrompono. Potrebbero ricordare porte socchiuse, colonne, monoliti, frammenti di un’architettura impossibile. La loro verticalità introduce una dimensione razionale all’interno di un universo dominato invece dalla circolarità.
Attorno a esse tutto curva: le forme ruotano, le sfere galleggiano, il colore si espande. Le verticali, al contrario, resistono. È una contrapposizione estremamente contemporanea: ordine e indeterminazione, materia ed energia, razionalità e mistero.
E proprio dietro queste strutture compare una forma che può ricordare un grande occhio. Non necessariamente un occhio umano: piuttosto una presenza che osserva.
Chi guarda chi?
Lo spettatore osserva il quadro oppure è quell’universo sconosciuto a osservare noi? La figura umana davanti all’infinito Sulla sinistra compare una presenza antropomorfa, quasi priva di identità. Non possiede volto. È una sagoma chiara immersa nell’azzurro, posta davanti a qualcosa immensamente più grande di lei. È probabilmente l’elemento più silenzioso della composizione e proprio per questo uno dei più potenti.
L’uomo non domina più l’universo. Lo contempla.
Di fronte alla complessità del cosmo torna ad essere piccolo, vulnerabile, interrogante. Poco sopra compare una minuscola esplosione luminosa. Potrebbe essere una stella, una scintilla, un’origine. È un punto minimo rispetto all’intera superficie, eppure cattura immediatamente lo sguardo. Maio sembra suggerire che ciò che conta non debba necessariamente essere grande.
Anche una particella invisibile può modificare la comprensione dell’universo. Una pittura figlia del nostro tempo Da qui emerge anche il rapporto dell’artista con la scienza contemporanea. Bosone di Higgs, neutrini, onde gravitazionali, buchi neri appartengono a un universo scientifico nel quale la materia ha progressivamente perduto la rassicurante solidità con cui per secoli l’abbiamo immaginata.
Ma Maio non dipinge la fisica. La utilizza come metafora filosofica. La scienza gli offre un vocabolario attraverso il quale interrogare una questione molto più antica: che cosa esiste dietro ciò che vediamo? Per questo le sue velature assumono un significato particolare. Anche ciò che appare solido conserva una trasparenza. Nulla sembra definitivo.
Tutto vibra, attraversa qualcos’altro, cambia.
Sarebbe però limitante leggere questa pittura soltanto attraverso una dimensione cosmologica. Dietro l’universo di Maio esiste anche un’inquietudine profondamente contemporanea. Viviamo immersi in un flusso continuo di immagini, informazioni, guerre, consumi, algoritmi e rappresentazioni. La quantità di ciò che vediamo cresce mentre paradossalmente diminuisce il tempo necessario per comprenderlo. La pittura compie allora il gesto opposto. Ferma il flusso. Obbliga a guardare.
Le “finestre” dipinte da Maio possono essere interpretate proprio in questo senso: aperture verso una realtà ulteriore ma anche invito ad attraversare la superficie delle cose.
La sua spiritualità non coincide necessariamente con una dimensione religiosa. È piuttosto ricerca dell’invisibile, necessità di interrogare ciò che lega l’individuo a qualcosa di più grande.
Non sorprende, quindi, che il suo percorso abbia attirato negli anni l’attenzione di critici e storici dell’arte e sia passato attraverso mostre, premi e istituzioni dell’arte contemporanea. Tra coloro che si sono occupati del suo lavoro figurano, tra gli altri, Paolo Giansiracusa, Giorgio Di Genova, Enzo Le Pera, Daniele Radini Tedeschi, Maurizio Vitiello e Vittorio Sgarbi. Nel 2020, a Capo d’Orlando, Maio aveva inoltre presentato al L.O.C. il progetto Il punto di Dio, ispirato alle Cosmicomiche di Italo Calvino: un precedente significativo per comprendere questa persistente interrogazione sull’universo e sulle sue origini.
Ed è qui che quest’opera trova probabilmente il proprio significato più profondo. Alessandro Maio non tenta di dipingere l’universo. Dipinge l’uomo mentre prova ancora a comprenderlo. Tra vortici, particelle, porte e geometrie rimane infatti una piccola figura senza volto. Potremmo essere noi. Fermi davanti a una realtà che la tecnologia riesce ogni giorno a osservare più lontano e più in profondità, ma che continua ostinatamente a conservarci il suo mistero.
MSM
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