di Giovanni Frazzica
Omaggio al prof. Morin che ci ha lasciato le istruzioni per l’uso dell’I.A.
Il 31 maggio, a 104 anni, ci ha lasciato Edgar Morin: intellettuale, sociologo, umanista, studioso dell’educazione.
Il prof. Morin non è stato soltanto il filosofo del pensiero complesso, è stato anche uno dei pochi pensatori capaci di attraversare il Novecento e di parlare con straordinaria semplicità agli uomini del XXI secolo. Egli ha vissuto e interpretato le grandi trasformazioni della modernità, dalle guerre alla globalizzazione, dall’ecologia alla società planetaria e oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale, il suo messaggio assume un rilievo particolare, perché conoscere più velocemente non significa semplificare il mondo, ma imparare a comprenderne meglio le connessioni e le contraddizioni. Per questo, a parere di Morin, l’IA può rappresentare una delle occasioni più interessanti per varcare le nuove frontiere della conoscenza.
Essa ci può offrire infatti risposte immediate, sintesi efficaci, previsioni rapide e contenuti ben costruiti. Ma anche se tutto sembra più veloce e accessibile, il pensatore Morin ci pone una domanda fondamentale: cosa può accadere al pensiero umano quando la velocità sostituisce la comprensione? Il rischio è confondere l’efficienza con la conoscenza. Come è noto Edgar Morin non ha mai condiviso l’idea che la realtà possa essere compresa semplicemente scomponendola in parti isolate. Per lui ogni fenomeno umano è contemporaneamente biologico, sociale, culturale, storico e psicologico.
L’algoritmo, invece, funziona necessariamente attraverso processi di riduzione: seleziona dati, individua schemi, calcola probabilità. È uno strumento potentissimo, ma la vita umana non può essere esaurita da una correlazione statistica, perché una macchina può riconoscere modelli, generare testi, simulare conversazioni, ma non riesce a vivere una storia, non sperimenta relazioni e, soprattutto, non assume responsabilità morali. Per cui può produrre parole e, ovviamente, non assume la responsabilità delle conseguenze che quelle parole possono generare. Il filosofo Morin ci insegna quindi che non basta chiedersi che cosa l’IA sia in grado di fare, ma ci invita a scandagliare all’interno di quale idea di uomo e di società essa viene utilizzata. Non possiamo limitarci a misurarne l’efficienza, dobbiamo valutarne gli effetti sulle decisioni, sui comportamenti, sulle relazioni e sulle responsabilità.
Ed è questo il prezioso messaggio, quasi un testamento, che lo scienziato vuole lasciare all’umanità, consapevole che si è di fronte ad una nuova importante scoperta, che non va assolutamente demonizzata, ma che deve essere utilizzata e governata per essere sempre strumento di supporto al pensiero e alla volontà dell’essere umano.
Grazie prof. Morin.








