il viaggio di SITU Festival
Non una mostra semplicemente ospitata a Brolo, ma un esperimento culturale costruito dentro Brolo. Un’esperienza che continua e che si lega idealmente a quella vissuta a Ficarra lo scorso anno. L’omaggio a “pinocchio” di Mauro Cappotto
Per quasi due settimane artisti italiani e internazionali hanno abitato il paese, osservandone pietre, voci, ferite, leggende, paesaggi e memorie. La settima edizione di SITU Festival ha trasformato il paese, uscendo dai confini del borgo, in un laboratorio diffuso, dove l’arte contemporanea ha smesso di essere oggetto da contemplare per diventare strumento di interrogazione del territorio.
Non una manifestazione che arriva in un luogo, monta un palco, consuma il proprio programma e riparte, ma che ha provato, più faticosamente, a lasciarsi modificare dal luogo che le accoglie.
Il nome del Festival, del resto, contiene già una dichiarazione di metodo. Situ, in latino come nel siciliano, rimanda al luogo. Non allo spazio neutro, intercambiabile, ma a quello concreto: con la sua storia, le sue stratificazioni, persino le sue contraddizioni. A Brolo, dal 17 al 30 agosto, questo principio ha trovato una declinazione particolarmente fertile. Prima la residenza degli artisti, poi, dal 28 al 30 agosto, la restituzione pubblica attraverso mostre, installazioni, performance, cinema, incontri, ascolti, laboratori e momenti musicali.
Fondato nel 2020 dall’artista Nicola Tineo e promosso dall’APS Zona Blu, SITU è arrivato alla settima edizione dopo Militello Val di Catania, Acate, Chiaramonte Gulfi, Modica e Ficarra. Il suo progressivo spostamento dai centri maggiori verso paesi e territori periferici non è un fatto puramente geografico. È, piuttosto, – come dice Mauro Cappotto indiscusso artefiche del dietro le quinte – una presa di posizione culturale. Significa sottrarre almeno temporaneamente l’arte contemporanea alla ritualità dei musei, delle gallerie e dei grandi centri urbani per verificarne la capacità di produrre senso là dove, apparentemente, il sistema dell’arte arriva meno facilmente. A Brolo il museo, per qualche giorno, non ha avuto pareti precise.
Era il Castello. Era il bunker della Seconda guerra mondiale. Era la stazione ferroviaria. Era la biblioteca. Era il lungomare, il Moletto, La Senia, il Salotto d’Argento, la “vecchia” scuola di iannello oggi totalmente recuperata e restituita ai cittadini. Erano perfino le superfici consumate degli edifici, i rumori della Statale 113, i racconti dei pescatori, le memorie dell’emigrazione, una leggenda tramandata nei secoli. Ed è forse questo l’aspetto più interessante dell’esperienza: SITU non ha cercato di abbellire Brolo. Ha cercato di leggerlo.
Dieci giorni per imparare un paese
Prima che il pubblico arrivasse davanti alle opere, gli artisti hanno dovuto fare qualcosa di più elementare e insieme più difficile: guardare. Federica Vesprini, Mario Valenti, Wang JingYun, Selene Pierini, Dilan Perişan, Buse Gümüştürkmen e il collettivo Radio SS113 hanno lavorato durante la residenza entrando in relazione con il territorio e trasformando questa permanenza in materia artistica. Il risultato è stato un insieme volutamente disomogeneo di linguaggi, ma attraversato da alcune parole ricorrenti: memoria, passaggio, confine, ascolto, trasformazione, perdita.
Temi apparentemente universali, che a Brolo hanno trovato però una consistenza fisica.
Mario Valenti è partito dal mare e da una pagina enorme della storia siciliana: lo sbarco alleato del 1943 durante l’Operazione Husky. La spiaggia diventa così il punto di contatto tra il passato della guerra e le inquietudini del presente. Le sue immagini realizzate anche con acqua marina e le sculture di tartarughe Caretta caretta segnate dalla forma degli elmetti militari producono un cortocircuito efficace: la fragilità della vita e la durezza della guerra, il Mediterraneo come paesaggio naturale e contemporaneamente come frontiera politica, teatro di sbarchi ieri e oggi. La memoria, in questo caso, non è commemorazione. È domanda.
Il bunker e i “pacchi da giù”
Diverso e altrettanto significativo il lavoro di Dilan Perişan dentro l’ex bunker. Un luogo costruito per proteggere dalla guerra è stato riempito di scatole, piante, materiali del territorio e registrazioni delle voci dei bambini che oggi giocano sulla spiaggia. Le scatole ricordano i “pacchi da giù”, piccolo rito antropologico dell’emigrazione meridionale: cibo, oggetti e profumi inviati dalle famiglie a chi era partito verso il Nord, quasi che dentro un cartone fosse possibile spedire anche un pezzo di casa. Qui l’installazione compie uno spostamento sottile. Il bunker conserva la memoria della paura; il pacco quella della distanza; le voci dei bambini introducono invece il presente.
Tre tempi differenti finiscono per convivere nella stessa stanza. E allora il passaggio evocato dal titolo Passing Through non riguarda più soltanto la migrazione. Riguarda la condizione stessa dei luoghi, continuamente attraversati dalle generazioni, dalle guerre, dalle partenze, dai ritorni.
Una stazione che conserva la pelle del paese
Buse Gümüştürkmen ha fatto un’operazione quasi archeologica, ma attraverso gli strumenti della contemporaneità. Con uno scanner portatile ha “prelevato” le superfici della stazione, del bunker, del Castello, della biblioteca e della costa. Abrasioni, segni e imperfezioni, normalmente invisibili perché troppo quotidiani, sono diventati il vocabolario di Marginal Organism. L’opera ha trovato posto nella sala d’attesa della stazione ferroviaria. Non casualmente.
Una stazione è per definizione il luogo dell’intervallo: non si appartiene più completamente al luogo da cui si parte e non si è ancora arrivati altrove. Le carte fatte a mano, i materiali naturali, l’acqua di mare, l’olio d’oliva e le scorze di limone trasformano così le tracce di Brolo in organismi sospesi. È quasi una seconda pelle del paese.
Il Castello tra leggenda e materia
Anche il Castello ha smesso per qualche giorno di essere semplicemente monumento. JingYun Wang, con Draped Skin, lo ha interpretato come un organismo capace di trattenere il tempo. Mattoni, pietre, reti da pesca e tessuti recuperati sul territorio diventano frammenti di una memoria che sembra staccarsi dalle mura e tornare visibile. Sul fondo riemerge la leggenda di Maria La Bella. È la stessa storia che ha attraversato, in maniera differente, Antistante di Federica Vesprini.
Vesprini ha lavorato con pittura, suono, canapa e materiali legati alla pesca, raccogliendo testimonianze durante la residenza. Le lunghe trecce richiamano contemporaneamente i capelli della figura leggendaria e i gesti del lavoro marinaro. La dedica a Nino, uno degli ultimi pescatori di Brolo, sposta ancora una volta il discorso dal mito alla comunità viva. Perché una tradizione scompare non quando viene dimenticata nei libri, ma quando muore l’ultimo uomo capace di ripeterne i gesti.
Le radici delle donne
Nella Biblioteca comunale, Selene Pierini ha aperto invece un altro archivio: quello delle conoscenze femminili che raramente entrano negli archivi ufficiali. Le radici del non detto nasce dal patrimonio antropologico dei Nebrodi, dalle pratiche di cura, dai rituali, dalle conoscenze trasmesse tra donne. Un libro d’artista tridimensionale diventa così una sorta di contro-archivio. Dentro ci sono le cose che la storia maggiore spesso non registra: parole consegnate oralmente, rimedi, gesti, esperienze, silenzi.
Il “non detto” smette allora di essere semplice assenza e diventa una forma di sopravvivenza.
Ascoltare la Statale 113
Forse una delle esperienze più emblematiche della filosofia di SITU è quella di Radio SS113. Giulio Bordonaro, Raffaella Campanella, Gabriele d’Italia – Mac Tire – e Manfredi Forte hanno scelto una strada che per migliaia di siciliani è soltanto infrastruttura quotidiana e l’hanno trasformata in paesaggio sonoro. La Statale 113 corre per lunghi tratti quasi incastrata tra il Tirreno e i centri abitati. Dentro il suo suono convivono automobili, vento, onde, voci, rumori meccanici, silenzi.
Al Castello di Brolo è stata inaugurata una nuova stazione permanente d’ascolto, collegata a quella già esistente a Trabia. Il gesto è semplice ma concettualmente forte: chiedere alle persone non di guardare il paesaggio, ma di ascoltarlo. È un modo diverso di misurare una distanza e, forse, anche di riconoscere una comunità.
Un festival che esce dal festival
Anche il programma pubblico ha seguito questa logica di sconfinamento.
Il cinema del Fuori Festival, curato dalla Compagnia Gerunda, ha portato al Cineteatro opere di Vittorio De Seta, Franco Piavoli, Claudio Casazza, Luca Ferri, Franco Jannuzzi e Alessandro Turchi. Titoli e autori differenti, accomunati dalla necessità di interrogare il rapporto tra uomini, luoghi, lavoro, memoria e immagini. Poi gli incontri. Simona Squadrito, dialogando con Vito Ancona, ha riaperto la vicenda dell’Antigruppo siciliano, esperienza letteraria che aveva fatto della rottura dei recinti culturali e della dimensione collettiva uno dei propri tratti distintivi. La successiva composizione sonora di Floriana Grasso, Livio Lombardo e Gianmarco Castro, con Melo Motta, ha restituito quelle poesie alla voce e all’ascolto, quasi sottraendole nuovamente alla fissità della pagina. Con Comida, Maria Fernanda Ordóñez Pinzón ha invece utilizzato il cibo come ciò che in Sicilia è quasi naturalmente: linguaggio sociale.
Cucinare insieme e mangiare insieme non come intrattenimento gastronomico, ma come dispositivo relazionale, memoria, negoziazione tra culture. Anche i dj set, le performance sonore e gli appuntamenti al Moletto e al Castello hanno contribuito a rompere quella distinzione spesso troppo rigida tra pubblico “dell’arte” e pubblico della città.
Pinocchio, duecento anni dopo
Un discorso particolare merita l’intervento di Mauro Cappotto, costruito intorno alla figura di Pinocchio nel bicentenario della nascita di Carlo Lorenzini, Collodi. L’osmosi del peccato originale di Pinocchio sposta il burattino fuori dal recinto dell’infanzia e lo riconsegna alla sua originaria forza politica e sociale. Pinocchio diventa il cittadino – o forse l’uomo contemporaneo – immerso in un mondo nel quale la menzogna non ha più bisogno di nascondersi. Anzi, viene misurata, ripetuta, comunicata.
Il naso di Pinocchio può allora crescere “in percentuale”, mentre la promessa politica, pubblicitaria o sociale si allunga senza necessariamente incontrare la realtà.
Il riferimento al peccato originale è particolarmente efficace perché introduce una mutazione: non più la mela come gesto archetipico della caduta, ma la promessa vuota. Una colpa che non appartiene più al singolo individuo, ma sembra circolare tra chi parla e chi ascolta, tra chi promette e chi vuole credere. Da qui l’idea dell’osmosi. La bugia non è soltanto prodotta dal potere: attraversa la società, entra nel linguaggio comune, diventa abitudine, rappresentazione, perfino conforto.
In questa lettura Pinocchio non è soltanto il bugiardo. È anche colui che vive dentro un sistema di bugie.
E forse proprio per questo continua, due secoli dopo, a essere terribilmente contemporaneo. Accanto a questo immaginario si inserisce anche il richiamo poetico a Lucio Piccolo e a L’inganno della rete. La rete gettata in mare non restituisce pesci ma sogni, forme inconsistenti, schiume e arabeschi del vento.
È difficile non coglierne oggi una seconda lettura: la rete materiale del pescatore e quella immateriale nella quale trascorriamo una parte crescente della nostra vita. Cerchiamo realtà e raccogliamo immagini. Cerchiamo risposte e troviamo rappresentazioni. Cerchiamo il mondo e spesso recuperiamo soltanto la sua superficie. Tra Collodi e Piccolo, l’installazione di Cappotto costruisce così una piccola grammatica dell’inganno contemporaneo.
Il paese come opera aperta
La domanda finale, però, riguarda Brolo. Cosa rimane dopo che gli artisti sono andati via?
È il problema di tutti i festival culturali nei piccoli centri. Se l’evento finisce con l’ultima performance, allora rimane soprattutto un buon ricordo. Se invece modifica anche solo per poco lo sguardo degli abitanti sul proprio paese, allora qualcosa è realmente accaduto.
SITU ha avuto il merito di mostrare che un bunker non è soltanto un rudere, una stazione non è soltanto un luogo dove aspettare un treno, una strada statale non è soltanto asfalto, una biblioteca non contiene soltanto ciò che è stato scritto e un Castello non vive soltanto della propria cartolina. Ogni luogo possiede una quantità di significati assai superiore alla sua funzione.
Bisogna però qualcuno che li interroghi.
Ed è probabilmente qui che l’arte contemporanea, quando rinuncia all’autoreferenzialità, può incontrare davvero una comunità. Non spiegandole chi è. Facendole domande. Per tre giorni, e prima ancora durante le giornate della residenza, Brolo è diventato proprio questo: un paese interrogato dall’arte e costretto, attraverso l’arte, a guardare un poco più attentamente dentro se stesso. Ora spetterà all’amministrazione comunale che ha voluto il Festival, far tesoro di queste considerazioni, di quest’esperinza, di contunuarla a far generale. Il seme è stato piantato.
Forse è questa, più di qualsiasi singola installazione, l’opera riuscita della settima edizione di SITU Festival.
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