La politica italiana ha finalmente deciso di affrontare il problema della classe dirigente.
di Aretusa
La politica italiana ha finalmente deciso di affrontare il problema della classe dirigente. Dopo anni di congressi, convention, assemblee, tavoli programmatici e riunioni nelle quali tutti hanno parlato di rinnovamento e di dover e voler perseguire gli interessi dei cittadini, senza correre il rischio di rinnovare davvero (facendo in modo che tutto cambi, senza che tutto cambi) è stato individuato il vero ostacolo: la presenza, ancora sporadica ma inquietante, di persone colte e preparate che sanno di cosa parlano.
Per porre rimedio a questa anomalia, un autorevole partito — il nome non è importante, tanto il bando potrebbe essere sottoscritto da quasi tutti — ha avviato una selezione pubblica per il conferimento dell’incarico di leader.
Il candidato ideale dovrà essere affetto da narcisismo (meglio se patologico), fare del populismo il proprio vangelo, notevole presenza “scenica” (rigorosamente priva di sostanza reale), possedere una solida assenza di convinzioni, di ideali e, soprattutto, di scrupoli, QI non superiore allo 0,2, furbizia nella sufficienza, una buona capacità di adattamento alle circostanze e una conoscenza della storia politica non superiore a quella necessaria per distinguere il concetto di “Prima Repubblica” da quello di “prima serata”.
La laurea non è richiesta. Eventuali titoli accademici dovranno essere dichiarati, ma potranno essere compensati da una sfrenata e adeguata attività sui social. La lettura di libri costituisce elemento di criticità, soprattutto se accompagnata dall’abitudine di sottolinearli.
Particolare attenzione sarà riservata alla capacità di pronunciare frasi di grande effetto e scarso contenuto. Costituiscono titoli preferenziali espressioni quali «abbiamo abolito la povertà», «il posto fisso è monotono», «non in spiaggia», «un buffone, un bravissimo buffone» e «inaccettabile in un contesto inaccettabile». Saranno inoltre apprezzate le dichiarazioni nelle quali il campo largo viene innaffiato ogni giorno, la stabilità diventa la prima grande riforma e il leader, pur nuotando nella colla, riesce a non mollare.
È prevista una verifica delle competenze storiche: per esempio, alla domanda «Chi era Filippo Turati?», la risposta «Un importante esponente del nostro partito» sarà considerata sufficiente, indipendentemente dal partito. Chi dovesse aggiungere riferimenti al socialismo riformista, alla democrazia o alla questione sociale verrà invitato a non complicare inutilmente il colloquio. Saranno, invece, apprezzati i candidati capaci di sostenere che «la storia non ammette giudizi morali ma giudizi fattuali» e che essere antifascisti oggi equivale a dichiararsi contrari all’antica Roma o al Rinascimento
La prova di coerenza consisterà nel sostenere una tesi e, dopo aver ascoltato l’ultimo sondaggio, sostenere quella opposta con identica convinzione. Non sarà consentito utilizzare formule come «ho cambiato idea dopo aver approfondito»: potrebbero indurre l’elettorato a sospettare l’esistenza di un vero precedente approfondimento. Costituirà titolo preferenziale dichiarare di non credere ai sondaggi e, subito dopo, utilizzarli, quando conviene per dimostrare le proprie tesi.
Il candidato dovrà, inoltre, dimostrare di saper parlare per almeno venti minuti senza rispondere alla domanda che gli viene posta. L’eventuale presenza di una proposta concreta comporterà una penalizzazione.
Per la prova pratica, gli aspiranti leader saranno accompagnati in una stanza nella quale si troveranno un problema reale, un bilancio e un cittadino in attesa di risposta. Il problema potrà essere ignorato, il bilancio affidato a un tecnico e il cittadino rassicurato. Chi tenterà di risolvere la questione sarà escluso per eccesso di iniziativa. È richiesta, invece, una spiccata attitudine alla gestione delle correnti. Il candidato dovrà essere in grado di promettere lo stesso incarico ad almeno tre persone, mantenendo con ciascuna un rapporto di assoluta fiducia. La commissione valuterà la capacità di pronunciare «sei fondamentale per il progetto» senza che ciò comporti alcun obbligo successivo. Sarà, inoltre, apprezzata la capacità di definire un ex alleato «un buffone, un bravissimo buffone», precisando immediatamente che l’espressione va intesa in senso rinascimentale. L’insulto, se accompagnato da un riferimento storico-artistico (assolutamente fuori contesto), sarà considerato una forma evoluta di dialogo politico.
Quanto al programma, sarà predisposto dopo la nomina, in modo da non condizionare la libertà del leader. Una commissione di esperti provvederà a redigerlo utilizzando i termini «innovazione», «sostenibilità», «inclusione», «merito» e «visione». Le parole potranno essere disposte in qualsiasi ordine, purché non ne derivi un impegno verificabile. Eventuali proposte relative a componenti della propria famiglia potranno essere integrate e compensate con quote azzurre, mutui tricolori e altri strumenti di politica demografica.
Il bando precisa che il leader dovrà possedere carisma. Non essendo stato possibile definirlo, si è stabilito di misurarlo attraverso il numero di fotografie pubblicate, la frequenza delle apparizioni televisive e la capacità di entrare in una stanza facendo credere che stia per accadere qualcosa di importante, nella consapevolezza che non sarà così. È infine prevista una prova di resistenza alla cultura. Il candidato sarà sottoposto alla lettura di un breve testo di Matteotti, Rosselli o Saragat. Se manifesterà interesse, verrà immediatamente assistito da un consulente di comunicazione e da uno psicologo. Nei casi più gravi, gli sarà consigliato di pubblicare un selfie con la didascalia «Avanti tutta!».
Al termine della selezione, il vincitore sarà proclamato leader e invitato a indicare la direzione politica del partito.
A quel punto, la commissione si alzerà in piedi per applaudirlo.
Finalmente un uomo capace di guidare. Purché qualcuno gli dica dove.






